FOCUS: Una testimonianza diretta dal Sudan: Mons. Antonio Menegazzo ci racconta la situazione nel Darfur

  di Emanuele Magrin
27 Febbraio 2009

Il Darfur, regione occidentale del Sudan tristemente nota per la guerra civile che si protrae ormai da anni, fa parte della diocesi cattolica di El Obeid. Vescovo di El Obeid è Mons. Antonio Menegazzo, che nel 1992 ha sostituito il vescovo locale, allontanatosi dal Sudan nel 1990 a causa delle minacce ricevute dal governo. Egli governa la diocesi col titolo di Amministratore Apostolico, e ha accettato di portare la sua testimonianza diretta dal luogo rispondendo ad alcune nostre domande. 

Monsignore le chiederei di raccontarci un po’  di lei. Come mai è venuto proprio in questa zona come missionario, e da quanti anni è qui? 
La vocazione al sacerdozio e missionario è un dono di Dio. Ho sentito il desiderio di farmi missionario ancora da piccolo. Con l’andare degli anni la vocazione è stata sempre più chiara fino a che è diventata certa con l’ordinazione al diaconato e al sacerdozio il 15 Giugno 1957. Io appartengo alla Congregazione Religiosa e Missionaria dei Comboniani e quindi i miei Superiori Religiosi mi destinarono nel Nord Sudan, subito dopo la mia ordinazione. Questa è la ragione per cui mi trovo in questo paese, che per me è diventato ormai la mia seconda patria, essendo venuto in Ottobre del lontano 1957.

Ci può descrivere la sua comunità?  
Vivo a El Obeid, sede della diocesi e capitale dello stato del Nord Kordofan. La mia comunità è composta da soli due sacerdoti Sudanesi e cioè il mio Vicario Generale e il direttore del centro catechetico.  Ci sono altri sacerdoti Sudanesi a El Obeid, per dirigere la nostra scuola cattolica e il Seminario Minore, con i quali mi incontro quasi ogni giorno. Inoltre c’è il parroco e l’amministratore finanziario, ambedue Comboniani Italiani, i quali, anche se vivono in una casa a parte, durante la giornata mi sono vicini per ragioni di lavoro. Poi non dobbiamo dimenticare che per me, prete e missionario, tutti i fedeli cattolici sono mia comunità.
Quali sono secondo lei le ragioni che hanno portato a questo perenne conflitto?   L’ingiustizia, l’ineguaglianza e altre ragioni sociali sono alla radice di questo conflitto. Il Darfur è una regione semidesertica, abitata da varie tribù: nomadi che con il loro bestiame si spostano da una parte all’altra della regione, in cerca di pascoli e di acqua, e altre tribù che vivono di agricoltura. E’ una zona un po’ dimenticata dal governo, dove le strade sono piste nella sabbia, dove mancano scuole e ospedali. La popolazione chiede un miglioramento nell’educazione,  nella sanità e nelle comunicazione, e più divisione di ricchezza e di potere.  Non è una guerra di religione, perché i combattenti di ambedue le parti sono musulmani

Oggi non pervengono più notizie dalla regione. Ci può descrivere com'è la situazione attuale e come la vive la popolazione?
Ultimamente la situazione è peggiorata e proprio in questi giorni ci arrivano notizie di combattimenti e di bombardamenti da parte del governo su villaggi di civili. La gente è costretta a scappare dai propri villaggi e cercare rifugio nei campi allestiti per i profughi. In pratica i profughi aumentano invece di diminuire. La gente vive nella paura e nell’incertezza.  Ad accrescere l’insicurezza ci pensa la milizia araba, i famigerati così detti Janjawiid, i quali, uniti al governo e da lui sostenuti, girano armati, uccidendo, assaltando e incendiando villaggi, violentando donne ecc.  Nelle città principali, Nyala, El Daein ed El Fasher, c’è più sicurezza, ma la gente vive con paura e nell’incertezza del domani. E’ impressionante vedere i campi dei profughi e vedere come questa povera gente vive: sono distese immense di tende, sotto le quali uomini, donne, ragazzi e ragazze sono costretti a vivere: caldo d’estate e freddo d’inverno.

Quali genere di conseguenze, secondo lei, ha generato il conflitto sulla parte più vulnerabile della comunità, donne, bambini, anziani?
Siamo nel sesto anno di guerra: 300.000 morti come conseguenza, più di 2.000.000 di profughi e 250.000 rifugiati nel vicino Ciad: sono cifre impressionanti! Molti rifugiati sono donne e bambini; gli uomini o sono morti o sono in guerra. Ci sono parecchie organizzazioni umanitarie, ma tante volte trovano difficoltà di movimento da parte delle stesse autorità governative e non possono portare soccorso in tutti i campi di profughi per l’insicurezza. Il banditismo trova il campo favorevole per rubare macchine e camion carichi di soccorsi per i profughi. L’insicurezza aumenta e riduce l’efficacia del soccorso umanitario. La presenza dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite non è di grande aiuto per la sicurezza nella zona.            

Ha qualche situazione particolare da raccontarci che ci possa far comprendere direttamente e attraverso i suoi occhi la situazione che state vivendo?
Nei centri minori nessuno si arrischia di uscire di casa alla sera, dopo una certa ora. Nei centri principali c’è il coprifuoco, anche se non dichiarato ufficialmente. Uscendo alla sera un po’ tardi potresti avere delle brutte sorprese. In certi giorni, nei quali si sospetta qualche attacco o l’infiltrazione di combattenti nei dintorni, ci sono molti posti di blocco e controlli. I camion che portano rifornimenti nel Darfur non viaggiano isolati ma in convoglio, protetti dai soldati. Anche il treno, che da Khartoum arriva a Nyala una volta alla settimana, entrando nelle zone calde, viene accompagnato da soldati armati. Non si può entrare liberamente nei campi dei profughi, ma ci vuole il permesso.  Parecchi camion, anche delle Nazioni Unite, che portano rifornimenti, spariscono e tante volte gli autisti vengono uccisi. Delle volte vengono rubate macchine in città e in pieno giorno. Entrando nei cortili dove si trovano organizzazioni umanitarie, si vedono parecchie vetture ferme e inoperose per l’insicurezza. In tutti c’è una certa apprensione e paura di improvvisi attacchi.

Lei come si sente a vivere in un luogo in cui la guerra è divenuta una prassi, e in cosa consiste la sua missione all'interno della comunità?
A dire la verità, la diocesi di El Obeid è vastissima, 888.000 Km2 . Io risiedo a El Obeid che dista almeno 400 Km dalle azioni di guerra. Quello che mi preoccupa è la situazione di tensione in cui vivono i sacerdoti e le suore nelle 3 parrocchie che abbiamo nel Darfur. Quando vado in visita pastorale, non posso andare in tutti i posti in cui vorrei andare e, per spostarmi da una parrocchia all’altra, approfitto dei voli in aereo o elicottero delle Nazioni Unite. Andare in macchina, come facevo gli altri anni, è troppo pericoloso.  Naturalmente durante la mia visita pastorale, che faccio ogni anno, mi occupo di più del lato pastorale e spirituale. Discuto con gli agenti pastorali la situazione in genere e do dei consigli e direttive. Sul posto abbiamo anche la Caritas diocesana che pensa ai problemi umanitari, aiutando secondo le possibilità.

Crede che ci si debba rassegnare a questa guerra, o che vi possano essere delle prospettive future di pace, degli spiragli per un accordo tra i combattenti?
Rassegnarsi a questa guerra, certamente no!  A giudicare a come stanno le cose in questo momento, vicine prospettive di pace non ci sono. Sia il governo che gli insorti non sembra abbiano una volontà decisa a porre termine a questa insulsa guerra. Il governo dovrebbe smettere di bombardare i villaggi dei civile e dovrebbe disarmare la milizia araba (i Janjawiid). Le varie fazioni di ribelli dovrebbero riunirsi per avere una stessa politica e le stesse richieste, invece le fazioni sono divise. Inoltre i combattenti dovrebbero venire a dei compromessi per una giusta pace, invece di rimanere bloccati nelle loro richieste.




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