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di Paola Andrei
19 Gennaio 2009
Da diversi giorni assistiamo a quello che, in nome della sicurezza di uno stato, si è trasformato nel massacro di una popolazione, quella palestinese di Gaza.
Dall’ inizio dell’operazione militare “Piombo fuso” ad oggi si contano quasi 1000 morti, tra cui civili e molti bambini, bambini che hanno potuto “godere” a malapena della possibilità di fare quella che è l’esperienza della vita, senza peraltro nemmeno poter essere loro stessi a scegliere se morire o continuare a vivere.
L’utilizzo di un certo tipo di armi provoca non solo vittime innocenti ma avrà anche come conseguenza la produzione di effetti collaterali nocivi sulla popolazione superstite. Inoltre, visti anche gli attacchi continui ed ininterrotti compiuti sia da cielo che da terra per mano dell’ IDF, costringe la popolazione di Gaza a vivere un’esperienza che li conduce ad una continua esposizione al trauma, con tutti gli effetti a breve e lungo termine che questa situazione implica. La conseguente possibilità di sviluppare quello che da un punto di vista psichiatrico viene definito come Disturbo Post-Traumatico da Stress, implica che le persone affette vedranno intaccata la propria salute psico-fisica e il proprio benessere.
Essere un palestinese di Gaza, in particolar modo in questi ultimi giorni, significa essere ancora di più in balia del proprio destino, significa non poter decidere, non poter scegliere; significa essere inerme e senza via di fuga, significa non avere scampo, essere obbligatoriamente imprigionati in quella che è la propria terra, senza avere la possibilità di uscire dalla Striscia di Gaza per potersi mettere in salvo.
In maniera ancora più prepotente in questi giorni quello a cui è sottoposta la popolazione palestinese di Gaza assume le caratteristiche di un inferno; già prima di questo attacco si trovava a vivere in condizioni disumane, in mancanza di elettricità, carburante, acqua, cibo e medicinali; gli odierni e continui bombardamenti hanno amplificato in peggio questa situazione e oggi, in un momento in cui i feriti avrebbero bisogno di assistenza e di cure, mancano persino le garze. E, sempre in nome della sicurezza, vengono prese di mira anche le ambulanze, che hanno il compito di portare in salvo i feriti.
So che moltissimi feriti sono morti perché non vi è stata, o meglio, a mio parere, non è stata data la possibilità di soccorrerli, pena la morte; e allora i feriti sono morti dove si trovavano, sotto le macerie o in mezzo alla strada, da soli, nel terrore e nel dolore, senza nemmeno poter conoscere la sorte dei loro cari nella straziante consapevolezza di doverli lasciare per sempre.
Quella che viene definita come “una prigione a cielo aperto con vista sul mare” diventa oggi luogo di un dramma umanitario, di un genocidio, e la definita lotta al terrorismo assume la forma di orribili crimini di guerra.
Giovani e adulti uomini palestinesi vengono bendati e disposti in fila per essere arrestati, perché, presumibilmente, appartenenti a organizzazioni terroristiche; mogli che si vedono portare via i mariti, quando, davanti ai loro occhi, rimane una casa distrutta e corpicini di bambini uccisi. Bambini in ginocchio davanti ai cadaveri dei fratellini; bambini disperati e terrorizzati accoccolati alla loro madre che giaceva morta in terra sino a che il suo corpo non è stato ri-trovato. Anziani a cui il cuore ha cessato di battere perché sovrastato dai boati delle bombe. Padri disperati che nulla possono per proteggere e portare in salvo la propria famiglia. Bambini che impazziscono o muoiono per la paura.
Gli occhi dei bambini in queste foto, così come quelli di altre centinaia di bambini palestinesi di Gaza, sono per me molto più significativi di qualsiasi teoria o punto di vista pro o contro Israele; sono gli occhi di questi bambini che dovrebbero farci riflettere, non solo su quanto accade ma anche sulle conseguenze di quanto sta accadendo; provando a prescindere, se ci è possibile, dalle ragioni o dai torti, da chi ha violato per primo la tregua e da chi l’ha seguito, da chi attacca e da chi si difende.
Partendo dal presupposto che ogni teoria adottata sia di per sé vera agli occhi di chi la formula, chiediamoci se, per tutelare giustamente la propria esistenza, sia necessario distruggere ingiustamente quella di altri.
Fonte: per gentile concessione di Wafa
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