FOCUS: GAZA dal 27 dicembre 2008 a oggi

  di Paola Andrei
22 Marzo 2009

L’aggressione da parte dello Stato di Israele alla striscia di Gaza compiuta il 27 dicembre 2008  e durata 23 giorni ha causato non solo la morte di oltre 1300 palestinesi ma anche più di 5000 feriti, di cui, 1600 rimarranno disabili a vita; aggressione il cui scopo dichiarato è stato quello di combattere il terrorismo in nome della sicurezza di Israele.
Da quello che si definisce l’unico Stato democratico in Medio-Oriente, mi aspetto che, oltre alla sicurezza degli israeliani, venga presa in considerazione anche quella dei civili palestinesi; nei miei numerosi tentativi di provare a capire in che modo questo sia stato fatto, mi trovo continuamente di fronte alla triste e inumana conclusione che la sicurezza dei palestinesi non sembra apparire altrettanto importante come quella degli israeliani.
L’unica spiegazione che mi sono data che mi permette di trovare una non-differenza tra la considerazione di entrambe le sicurezze, è che, né la sicurezza dei palestinesi di Gaza, né quella degli israeliani che vivono alla periferia di Israele, al confine con la striscia, sono state prese in considerazione dal governo israeliano; anche la sicurezza dei civili israeliani che vivono in questa parte di Israele, a parer mio, era inevitabile che fosse messa a rischio dai bombardamenti alla striscia. Certo, nonostante i massicci bombardamenti aerei e le ininterrotte incursioni via terra e via mare, Hamas, se avesse voluto, avrebbe potuto evitare di lanciare i suoi razzetti artigianali. Ma, rispetto alla direzione verso cui è incanalata questa mia riflessione, il punto non è questo, ma è che l’esercito israeliano, se avesse voluto, avrebbe potuto prevedere una simile risposta ai suoi attacchi; e allora mi chiedo come abbia potuto scegliere di mettere a rischio la vita degli abitanti di Sderot o di altre città del sud di Israele.
Ci tengo a sottolineare che quando, per definire i kassam, uso il termine “razzetti”, non è mia intenzione sminuire la paura e il terrore che possono provare gli israeliani che si trovano all’interno degli edifici o vicino ai luoghi colpiti da essi, ma lo uso come termine di paragone alle armi utilizzate dall’ IDF.
Non so come dire, ma provate a lasciare cadere a terra, su dei bicchieri di plastica, due libri, uno di 100 pagine e l’altro di 100.000, forse gli effetti provocati non sono proprio gli stessi, e non certo per le proprietà del suolo, che rappresentano la possibilità di ogni essere umano di provare terrore in certe particolari condizioni, ma per le proprietà dell’oggetto che cade.
Come è possibile bombardare un’intera popolazione per colpire presunti obiettivi terroristici?
La sensazione è che “si sia fatto di tutta l’erba un fascio”, con la tragica ma palesemente approvata equazione che “se sei palestinese, potresti essere un potenziale terrorista”. Come forse potevano esserlo tutti i bambini che sono morti, il 60% tra le oltre 1300 vittime, con il rischio che i loro fratelli rimasti vivi, possano davvero imboccare come unica strada quella della lotta armata.
È difficile immaginare di potere non essere accecati dalla rabbia quando tutto ciò che abbiamo ci viene tolto con la forza, quando la nostra casa viene ridotta a delle macerie, così come quella dei nostri parenti e dei nostri vicini; quando le persone a cui teniamo vengono uccise; quando non possiamo più andare a scuola perché le scuole, con il loro significato, vengono rase al suolo; quando, dopo degli ingiusti bombardamenti, non abbiamo nemmeno la possibilità di farci curare perché anche degli ospedali non rimane traccia, o comunque non hanno più la possibilità di funzionare come dovrebbero.
È difficile immaginare che i bambini palestinesi possano provare un sentimento diverso dall’odio nei confronti degli israeliani, quando gli unici israeliani che hanno potuto conoscere sono soldati, armati fino ai denti e che, con molta probabilità hanno prelevato dalla loro casa, con la motivazione di “arrestarli”, i loro padri o i loro fratelli, portandoli via, in una delle tante incursioni notturne, davanti ai loro occhi ancora chiusi e assonnati, o addirittura uccisi davanti ai loro occhi, in questo caso spalancati e terrorizzati. O addirittura, essere loro stessi ad essere sottratti dalle loro abitazioni, sulla base di un semplice sospetto di lanci di pietre, per essere sottoposti a estenuanti e disumani interrogatori. Spesso penso a come possano sentirsi i bambini o gli adolescenti palestinesi che sono sottoposti a tali condizioni, soli, senza l’appoggio dei propri genitori o addirittura di un legale, solo per aver dimostrato la loro voglia di vivere e di libertà, da un occupante che li priva da anni dei diritti più elementari.
Forse potrebbero imboccare la strada dell’indifferenza, ma lo trovo così difficile quando, essere indifferenti, potrebbe corrispondere a perdere quel poco che rimane della propria dignità; quando essere indifferenti potrebbe significare smettere di lottare per i propri diritti. 
Come si può rimanere indifferenti di fronte a tutto questo? Continuare ad andare avanti come se niente fosse successo. Non si può far finta di niente, non possono i palestinesi e dovremmo non potere nemmeno noi.
Se penso alle conseguenze dell’aggressione israeliana, non solo penso alla difficoltà di potersi ri-mettere in “carreggiata”, ma anche alla tragedia di dover ri-iniziare a vivere con un nucleo familiare particolarmente ridotto. Intere famiglie sterminate, di cui magari un’unica persona ha avuto la fortuna, o forse dal suo punto di vista la sfortuna, di sopravvivere. Cosa ne sarà di quelle famiglie a cui un unico figlio, tra i numerosi che avevano, è rimasto? O di quelle donne a cui sono morti marito e figli? Di tutti quei bambini rimasti orfani? Perché si, una delle conseguenze terrificanti dell’operazione “Piombo Fuso” è che ha creato moltissimi orfani, a cui qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegare il motivo. Se è vero che, come dice uno scrittore palestinese “Israele, con la scusa del cielo, ha occupato la terra”, qualcuno dovrebbe spiegare a questi bambini la differenza che c’è tra cercare di rendere sicuri i confini di uno Stato che esiste dal 1948 e invece destabilizzare quelli di un altro che ancora non esiste. Certo, i palestinesi potrebbero spiegare ai loro figli che i soldati agiscono per la propria sicurezza e per quella del proprio Stato, ma dopo quest’ultimo massacro, è davvero possibile dire ai propri figli che questo massacro è servito agli isareliani per sentirsi più sicuri? Lo sono davvero ora? Se la loro insicurezza dipende dall’esistenza di certi palestinesi, e se si massacra e si bombarda un’intera popolazione tra cui si immagina che si nascondano i presunti terroristi, allora forse davvero gli israeliani potrebbero sentirsi sicuri solo quando non rimarrà traccia di un solo palestinese. 
È così sottile la differenza tra “voler essere sicuri” e “sentirsi minacciati” da coloro che ai propri occhi vengono costruiti come nemici, che l’altro non solo viene visto come non-umano, ma anche come pericoloso, e da qui la plausibilità e l’ammissibilità dell’uso della violenza.
Chi è stato in visita a Gaza dopo la fine dei bombardamenti, che tuttavia persistono, anche se in modo meno massiccio e frequente, afferma di “essere rimasto shockato per l’ampiezza della distruzione osservata, la cui realtà”, come sostenuto da Richard Bordon, a capo della delegazione parlamentare britannica in visita a Gaza il 17 febbraio, “non è mai stata mostrata dalla TV britannica”. Ma Bordon non ha motivo di sentirsi solo, dato che le nostre TV non sono state da meno, e chi ha fatto un tentativo diverso è stato accusato di essere troppo filo-palestinese. Cosa può significare questa affermazione a fronte di una tragedia che colpisce un intero popolo? Non si tratta di essere filo-palestinesi o filo-israeliani, ma di essere umani e sensibili a quanto accaduto.
Non dimentichiamo che, oltre ad abitazioni e ad edifici di vario tipo sono stati completamente distrutti terreni agricoli, di cui buona parte coltivati, per cui, accanto alla perdita di vite umane, si affiancano così anche innumerevoli e ingenti danni a cui dovrà far fronte chi è rimasto, con il dolore e la difficoltà nel farlo senza avere accanto le persone che le hanno lasciate per sempre.
Sarebbe opportuno riflettere sul fatto che, quella che ai nostri occhi sembra sempre più assumere le sembianze di una questione umanitaria, è in realtà una questione politica; come sostengono alcuni palestinesi, infatti, “i palestinesi potrebbero anche cavarsela da soli, se solo gli fossero offerte le possibilità per farlo”.



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