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di Paola Andrei
22 Giugno 2009
Sono passati ormai quasi cinque mesi dalla fine dell’offensiva militare israeliana alla striscia di Gaza del dicembre 2008; le mie considerazioni sono che gli israeliani non si sentano più sicuri di quanto già non fossero prima e che i palestinesi vivano in condizioni peggiori rispetto a quelle in cui già vivevano prima di quest’ultima offensiva.
Non è più un dubbio l’embargo a cui la popolazione palestinese di Gaza è sottoposta da parte dello Stato d’Israele, non è più un segreto che Israele “controlli acqua ed energia facendola mancare a suo piacimento, ostacolando ed impedendo le attività dell’agricoltura e della pesca, mentre le altre attività economiche non riescono ad approvvigionarsi di ricambi e materiali fuori da Gaza” (da Infopal del 15-11-2008 in: Gaza, rompere l’assedio).
L’assedio a Gaza è motivato dalla lotta contro Hamas che, agli occhi di certi israeliani è visto come un’organizzazione terroristica, che vuole distruggere o comunque non riconoscere Israele. E questa non è completamente una sciocchezza. C’è del vero in quanto si dice. A mio parere, Hamas sembra non disposto ad accettare/riconoscere lo Stato d’Israele ma nella misura in cui le condizioni poste per il suo riconoscimento siano unilaterali, ossia solo ed esclusivamente dettate da Israele, dimenticando che per “creare” la pace e poter così ottenere il benessere di entrambe le popolazioni, le parti in gioco da considerare sono due, quella israeliana e quella palestinese.
Riconoscere lo Stato d’Israele senza considerare anche l’altra faccia della “medaglia” – e uso il termine medaglia, in quanto lo preferisco a “conflitto” – senza cioè considerare anche i diritti dei palestinesi, sembrerebbe essere un motivo per cui Hamas non può riconoscere lo Stato d’Israele; sempre per questo motivo, Hamas sembrerebbe anche non poter condiscendere da quelle condizioni che non tengano in considerazione anche la dignità del popolo palestinese.
Se, sicurezza d’Israele e riconoscimento della sua esistenza significa mettere da parte, archiviare, negare, non considerare anche la voce dei palestinesi, allora, forse, è anche vero quello che si dice di Hamas.
Mi chiedo come e in che modo potrebbe essere diverso!
In molti in Israele accusano i palestinesi di non essere stati in grado di costruire qualcosa di “bello” e “utile” all’interno della loro società, sostenendo che i palestinesi sono un popolo di incivili e di selvaggi. Ricordo, durante la puntata di Annozero “La guerra dei bambini”, in onda il 15 gennaio 2009, una ragazza israeliana, Natasha, che diceva rivolgendosi ad una ragazza palestinese: “….se uno vuole uno stato comincia da zero, vi hanno dato cinque, cominciate con cinque, dimostrate che siete fedeli alla pace…..” come se, per essere fedeli alla pace i palestinesi dovessero comportarsi in un modo che certi israeliani ritengono più giusto, come se, per essere fedeli alla pace, che ha tutta l’aria di una pace imposta, ci si dovesse accontentare di cinque quando altre persone hanno sette, otto o nove, e anche loro, come tutti gli altri, dovrebbero poter invece avere o sette o otto o nove. Natasha sostiene anche, riferendosi ad un particolare momento storico della striscia di Gaza “…..vi hanno dato cinque, e voi che cosa avete costruito se non la base del terrore, non avete costruito niente, niente….” e altrettanto qui, come se ci fossero dei modi giusti o sbagliati per costruire, come se la civiltà di un popolo dipendesse da come vengono costruite le sue città, come se dipendesse dalla forma o dall’altezza o, ancora, dalla grandezza o dalla luminosità dei suoi edifici. Io comprendo Natasha e le sono vicina nella sua sofferenza, capisco il dolore e la paura generati dall’esperienza che ha vissuto, in un centro commerciale affollato di gente, che lei aveva raggiunto tornando presto dalla base, lo stesso centro commerciale in cui un kamikaze si è fatto esplodere; veramente la capisco, ma poi capisco anche che vedere tutte quelle persone che vanno sotto il nome di popolo o popolazione palestinese, solo ed unicamente come terroristi, come un popolo pericoloso dal quale dobbiamo difenderci, possa essere anche un’arma a doppio taglio, che non ci permette mai di entrare veramente in contatto con l’altro, di incontrarlo realmente e di costruire con lui qualcosa insieme; per questo ho parlato anche di pace imposta.
Non bisogna dimenticare che anche i palestinesi, come ogni altro essere umano sulla faccia della terra, per poter essere quello che sono, per poter essere loro stessi, hanno il bisogno, che ritengo peraltro plausibile avere, di costruirsi all’interno di quella che è la propria identità e la propria cultura; altrimenti sarebbe come chiedere a certi imprenditori di comportarsi come fanno certi barboni.
Ma, riprendendo il discorso di Natasha, proviamo a spostare il focus, se invece che i palestinesi a dover costruire qualcosa, fossero gli israeliani a dover smettere di distruggere qualcos’altro, che succederebbe allora?
Durante uno dei miei viaggi in Palestina-Israele, in una città in West Bank, nei Territori Palestinesi Occupati, osservando ed ammirando lo scenario della città, riflettevo su come davvero alcune parti della città erano trascurate e sporche; non volendo cedere a quello che considero uno stereotipo, e cioè che gli arabi sono tutti selvaggi ed incivili, mi sono messa a chiacchierare con le persone del luogo, chiedendo il motivo di tanta trascuratezza. Le risposte che ho avuto mi sono arrivate dritte al cuore e anch’io, come quei palestinesi, ho avvertito la stanchezza e forse anche l’inutilità di ri-costruire quando poi tutto inevitabilmente viene nuovamente distrutto; sacrifici, sforzi e fatiche, lotte personali e collettive per avere una vita tranquilla, serena, dignitosa, o semplicemente solo una vita, a cui continuamente seguono bombardamenti, morti e distruzioni.
Non sono solita dare consigli, ma vi propongo di fare un viaggio in quei luoghi, di visitare Israele e anche di visitare i Territori Palestinesi Occupati, di stare con i palestinesi, di lasciarvi andare ai loro racconti e alle loro storie, di visitare i luoghi presenti e anche quelli che sfortunatamente non ci sono più, di visitare quei posti dove sorgevano villaggi che ora non ci sono più, e dove al loro posto ci sono altri villaggi, con nomi nuovi ma a volte simili ai precedenti.
In questi nuovi villaggi anime nuove e fortunate si aprono ad una nuova vita, ad un nuovo mondo, liberi e padroni finalmente di poter essere loro stessi in un unico luogo, in un unico stato, dove poter finalmente posare le radici, riposare e sorgere. Tutto questo è molto bello, ma purtroppo a volte non facciamo i conti, perché ci è comodo per i più svariati, comprensibili e logici motivi, che la libertà di un popolo si colloca esattamente all’opposto dell’oppressione di un altro popolo. E allora, per riprendere il discorso di prima, se si è fedeli alla pace, se davvero si desidera una pace duratura e giusta, allora dovremmo poterci collocare in mezzo; ma non si tratta di limitare la libertà di un popolo, o limitare l’oppressione dell’altro, ma si tratta di percorrere una strada che conduca alla possibilità per ognuno di vedere rivendicati i propri diritti, vivendo dignitosamente la propria vita, in armonia con gli altri, senza necessariamente condividere gli obiettivi altrui, ma di certo comprendendoli.
Mi chiedo cosa possano fare certi palestinesi di più di quanto non abbiamo già fatto; forse, se fossero lasciati liberi, se non fossero più costretti a vivere all’interno di uno spazio circondato da un muro lungo 700 km. e alto 8 m., uno spazio circondato da check point, carri armati e militari, se non fossero più occupati nel loro spazio fisico e mentale, forse, allora, non distruggerebbero Israele, ma, semplicemente, potrebbero anche loro vivere e risorgere.
Dal mio punto di vista è contestabile l’opinione tale per cui i palestinesi non riconoscono Israele, c’è da ricordare infatti che i palestinesi hanno riconosciuto all’unanimità, ad Oslo nel 1993, il diritto di Israele ad esistere, accettando anche il 20%, esattamente il 22%, del loro territorio. Se Hamas ha vinto le elezioni, come sostengono alcuni, forse non è perché i palestinesi sono diventati improvvisamente tutti fondamentalisti, ma perché l’ANP è stata screditata; come Sharon non vedeva un partner affidabile in Arafat, vedendolo invece in Abu Mazen, così altre persone non vedono in Abu Mazen una persona che può dare ai palestinesi quello di cui hanno bisogno.
Accanto a tutto questo c’è da considerare poi, che, non solo i palestinesi in questo momento non hanno le possibilità per risorgere, aprendosi anche loro ad una nuova vita, ma rischiano anche di non poter più festeggiare e ricordare quella che loro chiamano la Catastrofe, o Nakba, con tutti i suoi significati che per loro rappresentano, in quanto sembra che il governo Netanyahu intenda varare una legge che proibisca ai palestinesi di ricordare la Nakba, che ha portato allo sradicamento e alla Diaspora milioni di persone, con il motivo di difendere l’esistenza stessa di Israele; la proposta stabilisce che chiunque commemori questa data rischierà fino a tre anni di carcere. Tuttora mi chiedo che significato possa avere invece questo per Israele.
È come negare, o voler in qualche modo allontanare una verità, tra le tante che esistono, che è quella dei palestinesi; una verità che se potesse essere anche solo intravista, forse potrebbe rendere le cose diverse da come invece stanno.
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