22 Marzo 2008
Brano tratto da: Adriano Zamperini, L’indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale (Einaudi, 2007).
Era il luglio 2001 quando “il G8 di Genova divenne uno degli eventi più osservati e scrutati della storia. Eppure non sono mancati luoghi interdetti a uno sguardo esterno. Uno di questi è la caserma di Bolzaneto. (…)
Percosse, minacce, sputi, risate di scherno, urla canzonatorie, insulti di ogni genere venivano rivolti, con evidente fine di disprezzo e di intimidazione, «a mo’ di saluto del comitato d’accoglienza», alle persone arrestate, nel cortile antistante l’accesso alla caserma. Colpi di manganello per impedire che qualcuno tra i feriti, con la testa sanguinante, potesse trovare momentaneo sollievo appoggiandosi a una parete, (…) Trattamenti vessatori, degradanti e disumani sia all’interno delle celle, ove le persone senza plausibile ragione erano costrette per parecchio tempo a mantenere posizioni umilianti e disagevoli, sia nel corridoio, durante gli spostamenti e l’accompagnamento ai bagni. In simili tragitti, gli arrestati venivano derisi, ingiuriati, colpiti e minacciati senza alcuna ragione dal personale che stazionava lungo il passaggio, disposto in modo da formare due ali ai lati dello stesso. (…) Nonostante alcune di loro fossero visibilmente ferite, persone obbligate a rimanere per numerose ore in piedi, con il viso rivolto al muro della cella, braccia alzate o dietro la schiena; oppure sedute a terra, ma sempre con la faccia verso la parete, con le gambe divaricate e in altre anomale posizioni. Comunque non giustificate, non necessarie alla detenzione, e senza poter mutare postura. Costrette a subire ripetutamente percosse e violenze – come facce sbattute contro il muro o sigarette spente sulle mani –, calci, pugni, insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posa, nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo – del tutto vano – di cercare una sistemazione meno disagevole. Una donna, rinchiusa in cella, avendo il ciclo mestruale, avanzò la richiesta di andare in bagno per cambiarsi; in risposta, attraverso le sbarre, le veniva gettata della carta appallottolata sul pavimento e quindi si vide costretta a sostituire l’assorbente in cella con dei pezzi di vestito, alla presenza di altri reclusi, uomini compresi. (…) Questa la parziale ricostruzione di quanto accadde nella caserma di Bolzaneto durante i giorni del G8 di Genova. Eppure sufficiente per fotografare il rapporto instauratosi tra forze dell’ordine e manifestanti nel centro di detenzione temporanea. E se facessimo qualche passo più in là? Fuori dalle celle, per entrare nella stanza dove si curano le persone, ovvero l’infermeria? (…) Qui, la persona detenuta si trasforma in paziente. Se durante l’arresto i corpi e l’io sono stati feriti e umiliati, nell’infermeria i corpi dovrebbero essere curati e l’io protetto. (…) Medici che hanno omesso e consentito l’omissione di visite di primo ingresso precise, dettagliate e complete, secondo i canoni della semeiotica medica, tali da consentire effettivamente l’accertamento di eventuali malattie fisiche e psichiche a danno degli arrestati. Non è stata prestata la dovuta attenzione, propria della veste di sanitario, alle situazioni di sofferenza e disagio prospettate dai medesimi. Medici che hanno effettuato le visite sanitarie con modalità non conformi a umanità, così da non rispettare la dignità soggettiva. Gli stessi, hanno costretto, consentito o tollerato che le persone, completamente nude, stessero nell’infermeria oltre il tempo necessario per l’espletamento della visita. E, inoltre, che le donne rimanessero nude pure alla presenza di uomini. Che venissero osservate nelle parti intime e costrette te più volte a girare su se stesse, in modo da sottoporle a un’intensa e grave umiliazione fisica e morale. Inoltre, sono stati ignorati e comunque tollerati comportamenti vessatori e scorretti commessi da altre figure presenti nell’infermeria. Ad esempio, dando segni di approvazione o non disapprovando comportamenti di scherno posti in essere ai danni dei trattenuti in infermeria. Talvolta ridendo a scopo di dileggio durante scorrette azioni altrui. Non praticati i necessari interventi per evitare disagio e sofferenza, collegabili alla prolungata situazione di riduzione del movimento fisico, per la gravosa e inumana posizione sopportata nelle celle. Addirittura, i sanitari hanno insultato direttamente le persone visitate con espressioni quali «abile arruolato», «pronti per la gabbia», con toni di derisione e frasario di genere militare, al fine di offendere la libertà morale anche in riferimento alla fede politica e alla sfera sessuale. Ad esempio, rivolgendo alle donne domande sulla loro vita sessuale con evidente fine di irrisione e senza necessità dal punto di vista sanitario. In pratica, i sanitari in servizio presso la caserma di Bolzaneto hanno violato la loro deontologia professionale, assistendo passivamente senza intervenire e senza impedire alcunché. Dimostrando l’assenza di quella particolare sensibilità che dovrebbe invece essere propria del loro ruolo, soprattutto in tali frangenti. Mancando altresì di manifestare qualsiasi forma di dissenso. Addirittura, qualcuno ha oltrepassato il regno della medicina per indossare gli abiti consoni al regno dell’oppressione. (…) chi sa aiutare sa anche nuocere. La conoscenza dei processi fisiologici e psicologici può tradursi in pratiche di oppressione. E simili competenze sono assai appetibili. Basti solo pensare alla tortura. Medici, psichiatri, psicologi, a più riprese, e in diversi contesti, hanno contribuito, direttamente o indirettamente, ai metodi di tortura. Naturalmente, molti altri professionisti della cura si sono rifiutati di partecipare all’orrore. Seppure con variegati ambiti d’azione, tutto questo colloca tali clinici in situazioni insieme pericolose e precarie. Dove i dilemmi rispetto al proprio operato sorgono frequentemente. Problemi resi ancora più marcati allorché ruoli diversi vengono impersonati dalla medesima persona. E perché si generi un problema è necessario che i ruoli implichino raccomandazioni opposte nella stessa sfera d’azione. L’esempio prontamente disponibile è quello di un individuo che veste contemporaneamente i panni di medico e di militare. Egli può così vivere un conflitto tra due registri emozionali che entrano in contraddizione. Che fare allora? O meglio, quali emozioni è appropriato esperire? Un conflitto del sentire noto come il problema della duplice lealtà: nei confronti dei pazienti e delle forze armate. E ben note sono anche le summenzionate pagine della storia in cui professionisti della cura sono stati artefici e complici di trattamenti inumani. Per questo motivo, linee di condotta e codici deontologici riaffermano che ogni medico deve principalmente essere interessato al benessere dei suoi pazienti e guidato dall’etica medica. Sicché non possono giustificare, favorire o partecipare alla tortura e ad altre pratiche degradanti. In tutte le situazioni, incluse le forze armate. Allora, sebbene tale personale sia soggetto alla disciplina militare, non può comunque agire se non in accordo con i principî della professione. Siamo di fronte a un vincolo di ruolo inteso come risorsa per fronteggiare eventuali derive disumane. Purtroppo non sempre in grado di mantenere quanto promesso. (…) Durante il G8 di Genova, lungo le strade, al pronto soccorso, nelle corsie d’ospedale, molti medici, infermieri e volontari si sono prodigati nell’assicurare assistenza e cura ai feriti. Le loro testimonianze documentano le molte difficoltà incontrate. Mentre dentro l’infermeria di Bolzaneto, l’operato dei loro colleghi era ben diverso. Diventa ora indispensabile guardare in faccia questi sanitari. (…) Sui loro volti si leggeva il monotono linguaggio di una totale indifferenza. (…) Facce impassibili e distaccate. (…) L’indifferenza non consiste solamente nell’essere disimpegnati, ma anche nel non poter evadere dai copioni irrigiditi che dovunque vengono rappresentati per dovere.” (…)
Recensioni all’opera:
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RECENSIONE: L’indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale
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Giornale Sispa: Pace Conflitti e Violenza - Vol. 4, n. 5
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