Psiche.
Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze
A cura di Francesco Barale, Mauro Bertani, Vittorio Gallese, Stefano Mistura, Adriano Zamperini
Einaudi, Torino.
Vol. I A-K (2006) pp. XXIV-626, € 75,00.
Vol. II L-Z (2007) pp. 700, € 75,00.
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Lo scenario attuale ci propone sempre più una società orientata all’isolamento e al conflitto distruttivo. Muri di cemento, barriere simboliche, vengono eretti a difesa dei confini del “noi”, nel vano tentativo di arginare la minaccia dell’altro. La convivenza che non si riduca a mera sopportazione altrui risulta alquanto difficile. Ma un simile scenario non abbraccia solo la sfera dell’esistenza sociale. Infatti, tra le altre, anche la sfera delle scienze non è immune da una simile logica. Attorno a un comune oggetto di studio, la mente e il comportamento degli esseri umani, teorie e scuole si sono spesso affrontate sul piano di un’estrema parcellizzazione, delegittimandosi vicendevolmente. E pretendendo di essere le uniche portatrici di saperi incontrovertibili.
Proprio alla luce di questo provincialismo del sapere, il Dizionario Psiche rappresenta un’interessante novità nel panorama attuale delle discipline della mente. Infatti, i curatori dell’opera hanno convocato i maggiori esperti nazionali, chiamandoli a un confronto serrato tra campi del sapere diversi. Il risultato è un lemmario di saggi che, tema dopo tema, ripercorrono criticamente oltre un secolo di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze.
Una delle voci del dizionario di sicuro interesse per gli studiosi di scienze psicosociali per la pace è quella di Aggressività (redatta da Adriano Zamperini).
Qui di seguito riportiamo il resoconto di un’intervista radiofonica rilasciata da Zamperini proprio su questo argomento.
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La domanda che rivolgerei al Prof. Zamperini è quella che Einstein rivolse a Freud agli inizi degli anni trenta, dove nasce l’aggressività?
La risposta è molto impegnativa, diciamo subito che oggi non abbiamo una risposta univoca. Abbiamo per lo meno due famiglie di teorie che rispondono a questa domanda. Da un lato abbiamo quelle teorie che considerano l’aggressività innata in senso biologico, ad esempio la psicoanalisi, la psicobiologia, che in qualche modo legano l’aggressività alla storia evolutiva dell’essere umano; dall’altro abbiamo invece quelle famiglie di teorie che sostengono invece come l’aggressività sia appresa in senso culturale. Oggi il dibattito è aperto e non c’è una risposta risolutiva in un senso o nell’altro, anche se prevale sostanzialmente la tesi culturale appresa.
Il fatto che prevalga questa tesi significa in fondo anche che forse l’aggressività umana non è solo un fenomeno legato all’individuo ma anche legato alla società nella quale l’individuo vive.
Certamente, basti pensare ad esempio che i teorici dell’apprendimento hanno dimostrato che un tipo di educazione rigida, quindi con un grande uso di coercizione fisica a livello di punizioni, ad esempio, si associa con figli fortemente aggressivi, nel senso che i bambini assimilano una modalità di comportamento e associano conflitto ad aggressività. Per cui creano particolari connessioni cognitive, e quando nella loro esistenza incontrano situazioni da conflitto è facile che attivino quanto hanno appreso in un contesto familiare. Quindi l’aggressività, con maggiore probabilità, può venire esibita in altri contesti.
C’è anche un altro fenomeno probabilmente legato a questa dimensione culturale quindi storica dell’espressione dell’aggressività delle singole persone; in fondo si potrebbe dire che tutti noi abbiamo una componente di aggressività più o meno nascosta che è possibile si esprima in determinate situazioni sociali anche se noi non lo sappiamo?
Sì, anche se direi che il modo adeguato per porre la questione è affermare che le persone hanno la capacità di agire in modo aggressivo e violento ma non hanno un impulso biologico che le spinge ad aggredire gli altri. Questa è un’affermazione molto importante perché permette da un lato di non pensare all’aggressività come qualche cosa di inevitabile. Cosa che invece è in qualche modo legata al pessimismo delle dimensioni biologiche innatiste, come se la biologia possa prendere il posto della biografia di un soggetto.
Nello scorso secolo, negli ultimi decenni della vita dell’uomo su questo pianeta, abbiamo assistito anche a grandi aggressività di massa, addirittura a genocidi, si pensi all’olocausto oppure anche alla guerra in Ruanda, alla Cambogia, in cui intere popolazioni sono coinvolte in processi di grandissima aggressività.
Sì, questo è un fenomeno particolarmente angoscioso perché non riguarda solo il passato ma riguarda eventi anche molto vicini nel tempo e anche spazialmente all’Italia. Sicuramente quando l’aggressività si organizza a livello collettivo, entrano in gioco molti fattori esplicativi. Innanzitutto gli studi fatti nel contesto dell’Olocausto, del genocidio, comunque di fronte a massacri collettivi, evidenziano alcune condizioni di base che preparano questi eventi. Ad esempio un’ideologia dell’antagonismo fortemente autoritaria, una struttura gerarchica sociale che conosce solo il criterio della verticalità ossia dell’obbedienza verso un vertice, delle precarie condizioni economico-sociale che in qualche modo facilitano questo tipo di modalità. Tutti questi elementi sicuramente giocano un fattore di concausa nel creare quel clima che può scatenare la violenza a livello collettivo. E’ molto importante anche tener presente che in questi frangenti la delegittimazione dell’altro e quindi il togliere umanità all’avversario è un criterio decisivo. Se pensiamo ad esempio al recente genocidio in Ruanda vediamo che le vittime erano paragonate a degli animali, degli insetti, degli scarafaggi; questo è molto importante perché permette al carnefice di non provare empatia e quindi coinvolgimento psicologico con la vittima.
Il vostro è un dizionario storico, com’è cambiata nel tempo la spiegazione scientifica dell’aggressività dell’uomo?
Diciamo che da un punto di vista strettamente psicologico, qual è poi il taglio adottato dal dizionario, siamo passati da una prima fase di studi sistematici agli inizi del ‘900 che legava il fenomeno dell’aggressività ad un mosaico di eventi collettivi che preparavano in qualche modo gli individui ad agire in tal senso. Per fare un esempio, in quegli anni negli Stati Uniti veniva associato l’aumento di linciaggio di neri nel sud del paese con l’aumento della frustrazione legata alla caduta del prezzo del cotone. In qualche modo si legava contesto-soggetto rispetto al tema dell’aggressività. Nel corso del tempo gli studi in psicologia hanno un po’ perso in alcune fasi l’attenzione al contesto dell’azione, puntando molto l’attenzione invece sul singolo, sul soggetto aggressivo. Recentemente c’è stato un ritorno della necessità di legare soggetto e ambiente, alla luce delle due famiglie di teorie che poco fa citavo, le quali divergono tra il considerare importanti le cause distali, ossia la storia evolutiva di animali ed esseri umani, piuttosto che le cause prossimali. Oggi c’è grande attenzione in questa direzione. |